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A.N.P.I Sez. "G. Perotti – A. Appendino" Nizza Lingotto Millefonti Filadelfia (Torino)

XVI Congresso ANPI

30 Gennaio 2016: Congresso della Sezione ANPI Nizza Lingotto

ANPI_logo

Il Congresso di Sezione ha approvato all’unanimità la seguente proposta elaborata dalla Commissione Politica:

Relazione della Commissione Politica nel Congresso del 30 gennaio 2016 della Sezione ANPI “G. Perotti – A. Appendino” Nizza Lingotto Millefonti Filadelfia (Torino).

Per le motivazioni emerse nel proficuo dibattito, riassunte nella relazione del Presidente e nei documenti qui allegati, il documento congressuale nazionale è ampiamente insoddisfacente nel suo complesso.
In primo luogo, nell’esame del quadro politico-economico mondiale ed italiano non evidenzia né censura la completa avvenuta subordinazione alle esigenze del mercato e dei poteri economici dominanti dei diritti umani, economici, politici e sociali contenuti nella Costituzione del 1948, nata dalla Resistenza, Costituzione di cui l’ANPI vorrebbe e dovrebbe essere custode.
Risulta insoddisfacente il mancato riconoscimento e sostegno delle lotte sociali e della partecipazione diretta ad esse come parte integrante e legittima del processo politico-democratico. Ricordiamo, a tal proposito, che furono proprio i membri della Resistenza ad insorgere per primi contro una legalità ingiusta.
Risulta insoddisfacente nel tralasciare le responsabilità della NATO e dei principali paesi occidentali nella gran parte dei conflitti che affliggono il globo.
Per questi motivi, pur ritenendo nella sostanza non condivisibile il detto documento nella sua globalità, coscienti che l’ANPI debba progredire nella proficua discussione democratica e nel confronto di idee, si decide di apportare al documento congressuale nazionale i seguenti emendamenti soppressivi ed aggiuntivi, nonché ulteriori documenti complementari qui allegati su:

  1. emergenza abitativa
  2. antisionismo
  3. solidarietà nei confronti del popolo curdo.

Per quanto riguarda i temi della subordinazione economica e del divario ormai inaccettabile tra legalità e giustizia sociale si propongono i seguenti emendamenti soppressivi ed aggiuntivi:

Si propone di sopprimere, a pag. 21 del documento nazionale, le parole

“certamente in conformità con i tempi e coi problemi economici”

Si propone inoltre di aggiungere, a pag. 21 del documento nazionale, dopo “stessa realtà sociale del paese”, il seguente periodo per intero:

“In particolare va riaffermato il principio che la centralità del lavoro e dei diritti sociali connesso alla vita dignitosa dei lavoratori non possono essere subordinati ad una politica di austerità e stabilità dei prezzi e di riduzione del costo e dei diritti del lavoro nei soli interessi dei maggiori poteri economici, al fine di non frustrare  i principi fondamentali di eguaglianza formale e sostanziale di cui algli art. 2 e 3 Cost nonché il principio di cui all’art. 41 per cui la libera iniziativa economica privata non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale od in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.”

Si propone inoltre l’aggiunta, quale documento complementare, delle riflessioni contenute nella “Proposta di emendamento aggiuntivo”, di seguito riportate:

Riflessioni in materia di vincoli economici introdotti con la modifica dell’art. 81 Cost. (pareggio di bilancio) e con la sottoscrizione dei Trattati UE e  TFUE nonché con i vincoli introdotti da trattati come il Fiscal Compact.

Nel 2012, con la legge costituzionale 20 aprile n. 1 il Parlamento Italiano (a larga maggioranza in seconda lettura col voto unanime di PD PDL e Terzo Polo) approvava l’attuale versione dell’art. 81 Cost: “Lo Stato assicura l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico. Il ricorso all’indebitamento è consentito solo al fine di considerare gli effetti del ciclo economico e, previa autorizzazione delle Camere adottata a maggioranza assoluta dei rispettivi componenti, al verificarsi di eventi eccezionali”.
La direzione sociale del Paese, l’esigibilità di tutti gli altri diritti garantiti sulla Carta, verrebbe così subordinata all’equilibrio tra le entrate e le spese, senza possibilità di ricorrere all’indebitamento se non per circostanze eccezionali.
Il quadro è ulteriormente peggiorato dal fatto che ulteriori vincoli alla politica di stabilità derivano dalle complesse norme del Fiscal Compact. In virtù di tale trattato (ma anche in forza del precedente six pack) il limite di deficit pubblico consentito in condizioni normali passava dal 3 per cento allo zero, mentre per il debito veniva fissata una soglia obbligatoria di riduzione annua pari al 5% della parte eccedente il 60%. Limiti definiti “folli” persino da Wolfgang Munchau del Financial Times.
Del resto, che i diritti fondamentali dell’uomo ed in particolare modo i diritti sociali siano da sempre subordinati alla politica economica è lettera della legge persino nei Trattati Europei. La Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea del 7.12.2000 (molto meno avanzata della Carta Fondamentale italica) è riconosciuta dall’art. 6 del Trattato UE, il quale le attribuisce uguale valore e gerarchia giuridica a quella dei Trattati Fondamentali. Tuttavia, nello stesso articolo è altrettanto sancito che “le disposizioni della Carta non estendono in alcun modo le disposizioni dei Trattati”. Come a dire: riconosciamo tutti i diritti che volete, ma l’Unione non è tenuta ad adottare alcuna politica positiva per la realizzazione degli stessi. Se poi confrontiamo tale limitazione con le successive norme del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE) troviamo scritto nero su bianco che ogni politica sociale è subordinata al primario obiettivo di mantenere la “stabilità dei prezzi”, vale a dire una politica liberista ancorata al laissez faire, che non preveda interventi dell’attore pubblico volti all’indebitamento (e quindi forieri di inflazione) per raggiungere obiettivi sociali quali la crescita, la piena occupazione ovvero l’attuazione dei diritti sociali come casa, lavoro, sanità, istruzione e ricerca. Si dice infatti all’art. 119, Politica Economica e Monetaria: “1. Ai fini enunciati all’articolo 3 del trattato sull’Unione europea, l’azione degli Stati membri e dell’Unione comprende, alle condizioni previste dai trattati, l’adozione di una politica economica che è fondata sullo stretto coordinamento delle politiche economiche degli Stati membri, sul mercato interno e sulla definizione di obiettivi comuni, condotta conformemente al principio di un’economia di mercato aperta e in libera concorrenza. 2. Parallelamente, alle condizioni e secondo le procedure previste dai trattati, questa azione comprende una moneta unica, l’euro, nonché la definizione e la conduzione di una politica monetaria e di una politica del cambio uniche, che abbiano l’obiettivo principale di mantenere la stabilità dei prezzi e, fatto salvo questo obiettivo, di sostenere le politiche economiche generali nell’Unione conformemente al principio di un’economia di mercato aperta e in libera concorrenza.
L’espressione “fatto salvo questo obiettivo” chiarisce che l’area di intervento dell’Unione Europea nell’ambito della realizzazione delle politiche sociali si muove negli stretti confini di una politica antinflazionistica, la quale comporta le misure di stabilità ed austerità imposte dal pareggio di bilancio, dalla riduzione del debito, ma che soprattutto ingabbiano ogni sforzo di realizzazione dei diritti sociali.
Un quadro così rigido finisce per compromettere gravemente l’anima stessa del progetto sociale contenuto nella Costituzione nata dalla Resistenza e dalle forze sociali che hanno dato vita alla medesima nell’alveo della Costituente.
Merita ricordare come la centralità del lavoro e la subordinazione dell’iniziativa economica privata a fini sociali fosse terreno comune di tutte le forze Costituenti. La stessa Democrazia Cristiana, per bocca di Amintore Fanfani, sottolineava come fosse necessario “controllare, dal punto di vista sociale, lo sviluppo dell’attività economica, senza accedere totalmente ad un’economia collettiva o collettivizzata, e senza d’altra parte lasciare totalmente libere le forze individualistiche, ma cercando di sfruttarle, disciplinandole e regolandole al fine di raggiungere determinati obiettivi sociali”
L’apparato di stretti vincoli economici volti a privilegiare una politica di laissez faire ed a garantire la semplice stabilità dei prezzi in modo prioritario sui fini sociali finisce per cancellare totalmente il concetto di democrazia sociale insito nelle principali norme della Carta fondamentale, non più il lavoro, non più la dignità umana, ma la stabilità dei prezzi ed il raggiungimento dei profitti d’impresa come terreno obbligato di sviluppo sociali.
Del tutto svuotati, entro questa prospettiva, risulterebbero gli articoli 2 e 3 della Costituzione, in particolare quest’ultimo, che prevede l’importante meccanismo dell’eguaglianza sostanziale:
“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”
E’ evidente che la necessità di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano la libertà e l’eguaglianza non è compatibile con la subordinazione di queste ultime agli interessi economici.

Ciò appare di una evidenza tale che molti costituzionalisti hanno definito la nuova formulazione dell’articolo 81 come un “corpo estraneo” alla nostra Carta Costituzionale.

L’articolo 2 e l’articolo 3 della Costituzione rappresentano poi un corpus fondamentale che è stato più volte ritenuto dalla dottrina costituzionale (ed anche da alcune pronunce della Corte delle Leggi) non modificabile.
Si tratta allora di promuovere un ampio dibattito all’interno dell’associazione per porre in discussione l’esistenza e la democraticità dei vincoli economici che derivano dai Trattati dell’Unione nonché dalle modifiche imposte alla Costituzione stessa, frutto, peraltro, della legiferazione costituzionale di un Parlamento eletto con una legge elettorale in seguito dichiarata costituzionalmente illegittima e quindi sfornito della legittimità necessaria a modificare la Carta Fondamentale, nonché a ratificare simili trattati di subordinazione economica.

Si propone inoltre l’aggiunta dei seguenti documenti complementari, di seguito riportati:

1) EMERGENZA ABITATIVA:

«Ogni individuo ha diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all’alimentazione, al vestiario, all’abitazione, e alle cure mediche e ai servizi sociali necessari; ed ha diritto alla sicurezza in caso di disoccupazione, malattia, invalidità, vedovanza, vecchiaia o in altro caso di perdita di mezzi di sussistenza per circostanze indipendenti dalla sua volontà.»
— Art. 25 “Dichiarazione dei diritti dell’uomo”

«La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.»
— Art 2 della Costituzione

A fronte degli articoli 2 della Costituzione Italiana e dell’articolo 25 della “Dichiarazione dei diritti dell’uomo” occorre che l’ANPI continui e rafforzi la battaglia per il pieno riconoscimento del diritto all’abitare.
Molti sono i movimenti che si impegnano per esigere uno dei diritti fondamentali dell’uomo, ma senza ottenere una risposta soddisfacente dalla istituzioni preposte. Anzi, spesso l’unica risposta che si ottiene è in senso repressivo, con denunce e fogli di via per chi esprime solidarietà e prova a esercitare uno dei propri diritti.
Negli ultimi anni, l’acuirsi della crisi, ha aumentato sfratti per morosità incolpevole e pignoramenti. Troppo spesso le famiglie sono costrette a scegliere se mangiare o pagare la rata dell’affitto o del mutuo. A questo si aggiunge la speculazione con l’aumento ingiustificato dei prezzi d’affitto, la mancata rinegoziazione dei mutui e il mantenimento di spazi inabitati, sia pubblici che privati, in stato di abbandono.
L’ANPI Piemonte nel 2013 si è espressa sulla questione con una serie di proposte, seguendo i dettami costituzionali, che se recepite dalle istituzioni, potrebbero essere “ossigeno vitale” per chi è vittima incolpevole dell’emergenza casa:

  • Richiesta alla Presidenza del Consiglio dei Ministri di un provvedimento d’urgenza (Decreto Legge) per la sospensione immediata di tutti gli sfratti in via di esecuzione, per la durata di 12-15 mesi;
  • Predisposizione da parte dei Ministeri di Grazia e Giustizia e dell’Interno di un quadro completo della situazione esistente nel settore abitativo, onde conoscere la realtà e quindi quantificare la vastità e la gravità del fenomeno;
  • Reperimento da parte dei Comuni e delle Province piemontesi di locali di proprietà pubblica non utilizzati (comprese strutture del demanio militare) da adattare con urgenza per sistemare provvisoriamente famiglie sfrattate e per ricoverare mobili e suppellettili;
  • Censimento immediato, da parte delle Guardie Municipali, delle famiglie colpite da sfratto per accertare la causa effettiva del provvedimento giudiziario;
  • Accertamento della disponibilità di alloggi di proprietà dell’ATC da poter utilizzare immediatamente per i casi più urgenti e motivati;
  • Accertamento del numero degli alloggi di proprietà privata che risultano sfitti da almeno 6 mesi;
  • In via del tutto eccezionale ordinanza prefettizia per requisire temporaneamente, per ragioni di ordine pubblico (come in caso di calamità naturali), appartamenti sfitti da più di 6 mesi.

L’ANPI pertanto deve impegnarsi, in tutte le sue strutture, per rinnovare verso le istituzioni le suddette richieste ed esprimere solidarietà ed appoggio a coloro i quali si impegnano perché il diritto all’abitare, così come riconosciuto dalla Costituzione e dalla “Dichiarazione universale dei diritti dell’Uomo” non sia solo un’enunciazione astratta.

2) APPELLO CONTRO UN EPISODIO DI CENSURA IN OCCASIONE DELLA PRESENTAZIONE DEL LIBRO “SIONISMO, IL VERO NEMICO DEGLI EBREI, DI ALAN HART” ED A FAVORE DEL POPOLO DELLA PALESTINA

E’ giunto recentemente un appello a confrontarsi su di un recente episodio di censura avvenuto presso la sezione “Don P. Pappagallo” di Roma in occasione della presentazione del testo “Sionismo, il vero nemico degli Ebrei” di Alan Hart – traduzione e prefazione di Diego Siragusa. La locale comunità ebraica rivolge subito accuse di antisemitismo al testo. Di fatto l’evento viene annullato e spostato in altra sede. Diverse voci, come si evince dal testo completo dell’appello, si alzano a difendere l’opinione della comunità ebraica, addirittura viene citata la dichiarazione di Smuraglia nella quale precisa che “l’ANPI è contrario anche a manifestazioni di antisionismo”.
Non è l’unico episodio in cui la dirigenza dell’ANPI, seguendo la linea politica del PD, tacita le voci contrarie alla politica del governo israeliano fautore di un vero e proprio genocidio del popolo palestinese, perpetrato da decenni, nel silenzio pressocchè totale dell’Occidente e dei media mainstream.
La prima domanda, di prioritaria importanza politica all’interno dell’organizzazione, è se la dirigenza ha consultato il parere della maggioranza degli iscritti prima di rilasciare dichiarazioni ufficiali così perentorie ed unilaterali.
E’ da rilevare, in relazione a questo atteggiamento, che, anche nell’ultimo documento congressuale si riserva solo una stringata riga di commento alla feroce situazione della Palestina, quando ognuno sa delle recenti stragi avvenute a Gaza due anni fa (2300 morti di cui 500 bambini), seguite e precedute da continue uccisioni di civili, detenzioni amministrative senza processo e formulazione chiara delle imputazioni, distruzione sistematica e repentina delle abitazioni e delle coltivazioni, tra cui migliaia di ulivi, occupazione strisciante di territori in precedenza destinati ai Palestinesi. Altrettanto spontaneamente è chiaro a molti che tale situazione induce i Palestinesi a organizzare la pratica della resistenza con tutti i mezzi possibili, anche con le armi, contro la pratica di “colonialismo di insediamento” di Israele, così come è noto che molti autorevoli storici israeliani e intellettuali di origine ebraica condannano in pieno l’operato dei governi israeliani.
Queste e molte altre considerazioni riportate nell’appello, che si può sottoscrivere in rete, dovrebbero orientare l’esame del problema principalmente alla luce dell’articolo 2 dello Statuto dell’ANPI che prevede tra gli impegni quello di mantenere vincoli di fratellanza coi partigiani di ogni dove.
L’appello rivolge uno sguardo alla situazione italiana e sottolinea anche la mancanza di attenzione della dirigenza ANPI alla lotta NO TAV in Val Susa, occupata da ingenti forze di polizia, e nei territori in cui vari governi hanno progettato gli altri valichi inerenti la stessa opera.
Per firmare in rete l’appello ANPI inviare mail a: segreteria@invictapalestina.org

3) DOCUMENTO DELLA COMUNITA’ CURDA ROMANA REDATTO DAL CENTRO SOCIO CULTURALE CURDO ARARAT DI ROMA

Il centro ARARAT ha trasmesso un documento nel quale fa appello ad associazioni e gruppi politici di supportare il riconoscimento dei diritti umani del popolo curdo e, più in generale, al fine di promuovere prese di posizione nette contro i rapporti che intercorrono tra il governo di Erdogan e i governi occidentali. Appare chiaro da molto tempo, ed in particolare dai recenti avvenimenti in Turchia ed in Siria, che tali legami politici tra i Paesi interessati sono strumentali solo ad interessi strategici e commerciali e che non c’è, a livello istituzionale né in Italia né fra gli altri alleati del Patto Nato, alcuna volontà a far cessare il genocidio del popolo curdo, né si trova alcun accenno nelle notizie dei media mainstream su quello che avviene dallo scorso mese di agosto.
La Turchia di Erdogan agisce reprimendo, con l’impiego di ingenti forze militari, nel sud-est del paese ogni forma di dissenso, con coprifuoco, pestaggi, accoltellamenti e uccisioni di cittadini curdi, distruzioni di sedi del partito HDP curdo-turco, che il 7 giugno 2015 ha avuto 6 milioni di consensi alle elezioni. Anche prima di questo notevole risultato elettorale le persecuzioni nei confronti dei membri dell’HDP si contavano a centinaia e sono sfociate nel tristemente noto attentato di Diyarbakir che ha aperto la stagione delle “stragi di piazza”.
Il governo del partito AKP, dopo le elezioni,ha intensificato l’offensiva contro la popolazione curda , nelle città di Van, Diyarbakir, Cizre, , Sirnak anche con attacchi aerei e con una vera invasione del territorio da parte dell’esercito, che ha portato all’uccisione di molte centinaia di resistenti del PKK e di quasi duecento civili. Uno degli esempi più feroci è la circostanza in cui non è stato consentito alla delegazione del partito HDP di portare aiuto agli abitanti di Cizre, i quali non riescono nemmeno a seppellire i loro morti. Queste e tante altre azioni promosse da Erdogan sono state giustificate con la necessità di ritornare alla governabilità, all’unità nazionale ed alla sicurezza attraverso il partito unico che prevede “un solo uomo al comando”.
Intanto l’ISIS avanza, distrugge il paese e, soprattutto, minaccia la democrazia, mentre l’Europa tace e il governo italiano ha completamente dimenticato questa immane tragedia in nome dei propri interessi e di quelli dei suoi alleati.
Erdogan, che ha visto decrescere pericolosamente il consenso elettorale, nonostante abbia attuato una feroce campagna di boicottaggio fisico e mediatico nei confronti dell’HDP durante le ultime elezioni, agisce in nome della difesa di interessi strategici fortemente voluti dal Patto Nato al quale aderisce la Turchia, rischia di non realizzare la forma di presidenzialismo autoritario che si è prefisso, sconfitto dalle istanze democratiche ed innovatrici dell’HDP e vede minacciati lucrosi interessi economici in ambito petrolifero che gestisce, in modo comprovato, acquistando greggio, a prezzi stracciati, dal Califfato, in un momento di grave crisi economica della Turchia.
Il popolo curdo, protagonista dell’esperienza di confederalismo democratico in Rojava, propulsore di istanze sovranazionali ed interculturali, sostenitore di un modello di vita che rispetti ambiente, diritti umani, specificità religiose e pari opportunità di genere, resiste strenuamente a carissimo prezzo e richiede il sostegno di chi condivide i valori della resistenza all’oppressione e auspica la realizzazione della pace e delle pari opportunità di vita per ogni essere umano.

RELAZIONE DEL PRESIDENTE DEL COMITATO DI SEZIONE

In questi 5 anni abbiamo svolto un cospicuo numero di iniziative, quasi una al mese, alcune delle quali fortemente partecipate. Come l’iniziativa “Le ragioni del NO e l’emergenza democratica in Val Susa” e gli appuntamenti “Partigiani del mondo”.
Sicuramente alcune iniziative sono passate più in sordina, ma hanno sempre apportato un accrescimento per le compagne ed i compagni partecipanti.
La Sezione ha da sempre caratterizzato il suo impegno estendendolo oltre lo steccato delle commemorazioni ufficiali, così come è indicato dal nostro Statuto “dando aiuto e appoggio a tutti coloro che si battono, singolarmente o in associazioni, per quei valori di libertà e di democrazia che sono stati fondamento della guerra partigiana e in essa hanno trovato la loro più alta espressione”.
La sezione ha lavorato a stretto contatto con associazioni e movimenti, su tematiche attuali come il diritto alla casa, il diritto d’asilo, il diritto alla salute e al rispetto del territorio, appoggiando la lotta del movimento NOTAV. La sezione ha inoltre lavorato con le scuole, tramite i percorsi della Resistenza nel quartiere e con gli studenti delle superiori, partecipando ad assemblee tematiche nelle autogestioni.

Una cosa di cui dobbiamo essere particolarmente orgogliosi è l’aver riportato in quartiere quel senso di appartenenza popolare alla festa del 25 Aprile. Sicuramente è stato un percorso travagliato ma l’impegno, la testardaggine e la sempre attenta vigilanza contro il revisionismo, ci hanno dato ragione. Una commemorazione che in passato rischiava di scomparire è tornata ad essere vivamente partecipata.

La Sezione ha inoltre lavorato anche al di fuori del nostro territorio, tramite il Comitato Provinciale, le Commissioni e la collaborazione con altre Sezioni. In questi casi le nostre compagne e compagni si sono impegnati diventando elementi chiave per l’organizzazione di tali iniziative.

Una linea è stata tracciata. La crescita anche numerica degli iscritti e delle persone coinvolte, ci fa intuire che è nella direzione giusta.

Certo rimane molto lavoro da fare e tempi oscuri sono all’orizzonte. Alcune attività, penso a quelle con le scuole sono ancora troppo sporadiche e devono essere rafforzate.

Dobbiamo inoltre affinare costantemente la nostra modalità comunicativa, anche se anche in questo senso grandi passi sono stati fatti. La sezione in questi anni si è dotata di un sito internet, ed è presente sui social network più diffusi.
Per essere una piccola sezione abbiamo una discreta copertura a livello nazionale, anche probabilmente perché esprimiamo posizioni un po’ contro corrente. Non possiamo però dire lo stesso a livello territoriale. In questo senso, il sito ed in parte i social network non sono sufficienti. Sulle questioni più importanti, penso al 25 aprile, la sezione ha realizzato e messo in piedi una macchina organizzativa che è riuscita ad entrare meglio in contatto con il quartiere, ma manca, anche per la difficoltà economica, una pratica organizzativa continua in questo senso.

Essendo impensabile sostenere la spesa di centinaia di manifesti e l’impegno di volantinaggi tutte le settimane, dobbiamo migliorare nella gestione dei nostri contatti, anche tramite il tesseramento. Occorre che, chi è più impegnato nella militanza in Sezione, tenga informata la propria rete sociale, fatta di parenti, amici e compagni di lavoro, facendo da tramite, informando e raccogliendo pareri e suggerimenti.

Utile a tal fine è il tesseramento, come motivo di contatto tra la Sezione e gli antifascisti del quartiere, rendendoli consapevoli dell’importanza del loro supporto morale e anche economico.

Tale importante funzione non può essere delegata ad un unico “responsabile del tesseramento” ma deve essere condivisa tra i militanti più attivi, verificando periodicamente l’andamento delle adesioni.

Purtroppo, come già dicevo, tempi oscuri si preparano all’orizzonte. L’attacco ai diritti sociali che erano indicati dalla Costituzione è scatenato come risposta della classe padronale alla attuale crisi. Questo impone la necessità di organizzarsi per difendersi e contrattaccare.

Occorre mettere a sistema le esperienze maturate in questi anni affinché l’ANPI diventi un’entità per la difesa culturale e ideologica. Un’entità per la solidarietà antifascista, attiva e ben riconosciuta territorialmente.
Le Sezioni di una associazione che vanta più di 100mila iscritti, devono offrire un supporto culturale e solidale alle lotte e diventare un presidio autorevole per i compagni e le compagne del territorio.

Di fronte a questo compito è chiaro che il documento nazionale è lacunoso, se non insufficiente. Se è vero che molte questioni vengono trattate, molte sono completamente dimenticate o declinate in modo sbagliato.
Dopo l’avvio della “Nuova Stagione”, con l’apertura dell’associazione a tutti gli antifascisti, questo doveva e poteva essere il congresso del cambio di marcia. Invece nonostante alcuni buoni propositi, è un congresso per guidare l’ Anpi con il freno tirato.

Cito alcuni punti critici che ho individuato nel Documento Nazionale:

Manca ancora una comprensione della natura dell’Unione europea. Per ingenuità, per pigrizia intellettuale, forse per mancanza di studio e analisi, nell’ANPI si crede che l’UE sia nata nel tracciato del Manifesto di Ventotene di Altiero Spinelli, e che poi in seguito sia cresciuta in modo distorto.
Si riconosce, a volte solo ad intermittenza, la negatività dei diktat della Troika. Ma non si comprende a fondo che questa è la natura di tale Unione “economica e monetaria”. Che fin dalla sua nascita, nei trattati di Maastricht e Lisbona ha posto al centro del proprio operato il mercato, e non i diritti sociali ed il benessere dell’essere umano. Tutto ciò in pesante contrasto con i principi della nostra Costituzione.
L’ANPI, anche a livello nazionale, si è timidamente espressa su uno dei primi nefasti diktat europei: l’introduzione del pareggio di bilancio. Ma una volta acquisito nelle leggi dello Stato, tramite l’art. 81 della Costituzione, l’impegno sembra andato a scemare.

E’ ingiustificabile e fortemente preoccupante che questa impostazione di piegare l’applicazione dei diritti all’andamento del mercato, sia presente addirittura nel nostro documento nazionale. Alla pagina 21 si legge chiaramente che i diritti garantiti dalla Costituzione sono «“ordini” e come tali vanno eseguiti» ma solamente «in conformità con i tempi e con i problemi economici» !

E’ evidente allora che, pareggio di bilancio da una parte e disponibilità economica dall’altra, sono la scusa per le istituzioni per non garantire i diritti che molto bene sono indicati dalla Costituzione.

E’ chiaro che con questa impostazione non si può pensare di risolvere ad esempio i problemi della scuola, della sanità o il problema dell’emergenza abitativa. Questione, quest’ultima, che dovrebbe essere nell’agenda delle cose da fare dell’ANPI, ed invece nel documento è completamente dimenticata.

Vengo infine ad una delle questioni di scontro nel modo di intendere la nostra associazione. Nel documento nazionale viene dimenticata, o totalmente negata l’applicazione attiva di ogni buon proposito enunciato.
C’è il tentativo di aggirare il dettame statutario di “dare aiuto e appoggio a chi si batte per gli ideali della Resistenza”, inserendo nel Documento Congressuale la frase capestro: “L’ANPI non può partecipare direttamente a tutte le lotte” (pag. 21).
Secondo il documento l’ANPI può quindi sentenziare, ma in alcuni casi non deve sporcarsi le mani, pena la snaturazione dell’associazione.
Ovviamente questa è l’impostazione che come sezione abbiamo combattuto e continueremo a combattere.
L’ANPI deve impegnarsi attivamente e appoggiare le manifestazioni di chi si batte per tutti quei diritti che sono enunciati nella Costituzione. Attivandosi nei comitati per i referendum costituzionali così come nelle lotte più radicali, senza remore, se ne si condividono le finalità e la strategia.

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