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A.N.P.I Sez. "G. Perotti – A. Appendino" Nizza Lingotto Millefonti Filadelfia (Torino)

Resistenza in quartiere

In questa pagina cerchiamo di raccogliere e rendere disponibili le informazioni storiche riguardanti la Resistenza nel nostro quartiere. Per maggiori informazioni non esitare a contattarci!

La sezione organizza incontri e tour dei luoghi simbolo della Resistenza nel nostro quartiere per avvicinarsi con consapevolezza al 25 Aprile. Consulta la nostra proposta formativa per scuole e gruppi.


 

 

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Cippi, lapidi e toponomastica della Resistenza in quartiere

 


Gasperini e Fontanelle

Testimonianza del Commissario Forneris Emilio (Nizza) tratta dal libro “I nostri sappisti nella liberazione di Torino”, Edizioni SAN, 1947 (Torino)

«Alle ore 21 eravamo tutti riuniti al comando di tre ufficiali Porrati Angelo (Occhio) Comandate Battaglione, io Commissario e Fontanelle Luciano (Tino) Vice Comandante. Vennero distribuite le armi, ben misera cosa in confronto al bisogno, ma non ci scoraggiammo.
Alle 23 ci trovammo in via Nizza all’incrocio di corso Dante quando arrivò a tutta velocità una macchina. Immediatamente vennero disposti gli uomini in linea di combattimento; giunta alla nostra altezza, nella conveniente direzione di tiro, le intimammo l’alt con qualche colpo in aria. La macchina si arrestò. Io scattai con 3 uomini per vedere chi fossero. Erano elementi della G.N.R. e precisamente un tenente della milizia ed un autista, vennero subito disarmati e presi in consegna dai nostri uomini; intanto io ispezionai la macchina, una superba 1100 carrozzata fuori serie con la radio ed altri accessori per toeletta, il retro della macchina era ricoperto con un telone, lo sollevai e con bella sorpresa trovai un grande quantitativo di armi, una ventina di fucili, 5 mitra, 50 bombe a mano, una cassetta di munizioni per fucili e 5 o 6 rivoltelle. Gli uomini specialmente quelli disarmati, sembravano impazziti alla vista di tanta roba.
Mi consigliai con Occhio e Tino sul logo migliore dove trasportare la macchina. Stimavo più conveniente un nostro rastrellamento a pattuglie appiedate che autotrasportate. Occhio propose di portarla alle Officine Villar Perosa. Mi sedetti al volante e presi con me i più fidi: Gasperini (Piero), Salmasi, Gianni De Canal Mauro ed il Vice Comandante Fontanelle (Tino).
Nel tragitto di ritorno un’altra macchina sopraggiunse: facemmo un rapido appostamento e relativo segnali di fermata, ci risposero con una scarica di mitraglia. Dopo qualche scambio di raffiche io diedi il segnale di avanzare carponi con l’intenzione di circondare la macchina, ma accortisi della nostra manovra di accerchiamento i nemici fecero un rapido dietro front e se la svignarono lasciandoci in quella buffa posizione tutti impolverati e con un palmo di naso.
Raggiungemmo il grosso dei nostri uomini. Data la stanchezza ed anche la fame, andammo alla Villar Perosa, ove fummo rifocillati da quei generosi operai, molti dei quali vennero ad ingrossare le nostre file. Era dal mattino che non toccavo cibo, ma presi la rivincita. In quel momento venne da me il compagno Gasperini (Piero) per chieder e di andare di guardi al portone centrale di via Nizza; gli dissi di prendere con sè due o tre uomini ed egli rispose che non era il caso e se proprio fosse capitato qualcosa di importante avrebbe chiesto rinforzi.
Infatti alle ore due Gasperini chiamò urgentemente rinforzo dato l’avvicinarsi di una pattuglia tedesca. Venne formato alla meglio un gruppo composto dai soli Comandanti, cioè, Occhio, Nizza, Tino, Lovisolo e due altri compagni: ci portammo sotto il portone e domandammo a Piero cosa capitasse, egli ci accennò la pattuglia tedesca che in qul momento era ad un centinaio di metri. Intimammo l’alt, essi si fermarono, domandando con rozze frasi chi fossimo. Alla risposta Partigiani, tre di essi avanzarono gridando: «Niente sparare, noi amici, capito?» Quando ci furono vicini dissero «Chi esser Comandate?»
Avanzammo io Occhio e Tino ed essi ripresero a dire: «Noi dare tutte le armi, capito? Voi dare a noi abito civile, noi combattere contro fascisti, capito?» Li disarmammo: 3 pistole, 3 mitra, tre pugni corazzati e consegnammo armi ed i tre prigionieri a due uomini che li portarono dentro allo Stabilimento. In quell’istante il compagno Piero che vide dei movimenti sospetti tra gli altri tedeschi che erano rimasti indietro caricò il suo mitra e fece per sparare, ma era la fine; fummo accecati dallo scoppio di un pugno corazzato. Io caddi a terra ferito e toccandomi il viso con la mano ferita non mi sentii più l’occhio sinistro, una scheggia me l’aveva asportato.
Tra il fumo che andava dissipandosi intravidi a terra un corpo; trascinandomi a carponi, dato che il camminare per le mie ferite era impossibile, mi avvicinai: era il compagno Gasperini. Lo chiamai ed egli con voce fioca: «Nizza, sono un Partigiano; mamma, muoio» e spirò. Un altro corpo era poco lontano da lui, mi trascinai come le mie forze me lo permisero: era il Vice Comandante Fontanelle. Lo chiamai, lo abbracciai ma inutilmente: egli non rispose, era già spirato. Con il comandante di battaglio Porrati anch’esso gravemente ferito alla testa ed il Sappista Lovisolo Carlo, anche lui ferito, fummo trasportati all’ospedale».

Partigiani della 10° SAP "Gramsci"

Partigiani della 10° SAP “Gramsci”

 


La strage di Brandimarte

(dal libro “Barriera di Nizza-Millefonti” di Garzaro – Nascimbene, GRAPHOT EDITRICE)

Nell’ottobre 1922 Mussolini è al potere con la marcia su Roma. Gli operai torinesi non hanno nessuna intenzione di accettare quella situazione illegale e si fanno sentire con scioperi e manifestazioni. Il 4 dicembre Mussolini dichiara: «il mio governo è fortissimo e non ha bisogno di cercare troppe adesioni. Gli operai hanno creduto di doversi e potersi rendere estranei alla vita nazionale. se vi saranno minoranze ribelli e fazione che cercheranno di opporsi, esse saranno inesorabilmente colpite». Quelle parole non sono una minaccia teorica.

E’ da tempo che i fascisti vogliono dare una lezione alla città operaia che nel 1917 ha scatenato la rivolta del pane e che due anni prima ha organizzato l’occupazione delle fabbriche. Nel 1919 il Partito Socialista a Torino ha raccolto il 54% dei voti, contro il 32 della media nazionale; su quasi 500 mila abitanti, 200 mila sono operai.

A Roma viene pianificata una grande incursione su Torino, presente il quadrumviro Cesare Maria De Vecchi, proprietario terriero al Lingotto, che trasmette gli ordini a Pietro Brandimarte, capo delle squadre d’azione fasciste torinesi.

Il concentramento a Torino è previsto per domenica 18 dicembre e già il sabato la città si riempe di squadre che giungono da tutto il nord italia. I fascisti cercano un pretesto per scatenare la caccia a comunisti, socialisti o a chiunque manifesti opposizione al governo, e il pretesto viene raccolto proprio nella barriera di Nizza.

Francesco Prato è un tramviere di 23 anni che fa la corte alla figlia di un fornaio della barriera. Il padre, contrario alla relazione, si rivolge ai fascisti perché gli tolgano di mezzo l’importuno, che per di più è comunista. La sera del 17 inizia così la caccia la tramviere. Mentre Prato rincasa nella nebbia gelida, viene aggredito in via Demonte (Genova) tra corso Spezia e Via Stellone da una squadra fascista. Gli aggressori sottovalutano però il coraggio della vittima e Prato, pur ferito a una gamba da un colpo di pistola, reagisce e spara a sua volta uccidendo due fascisti, Lucio Bazzani e Giuseppe Dresda, ferendone un terzo. Brandimarte, a cui sarebbe bastato molto meno per scatenare le sue squadre, durante la notte diffonde un comunicato: « i nostri morti non si piangono, si vendicano».

La domenica mattina, dopo una manifestazione al teatro alfieri a cui segue una sfilata in centro, i fascisti si spargono per la città: aggrediscono, pugnalano e bastarono chiunque riconoscano come oppositore; si macchianno di centiania di ferimenti e di stupri. La Camera del Lavoro (allora presso la Cittadella) è incendiata. La stessa sorte tocca al “Carlo Marx” ed al circolo dei ferrovieri, invasi dai fascisti che ne fanno le loro basi. Gli omicidi iniziano dopo mezzogiorno; entro la fine della giornata saranno oltre una ventina, cifra probabilmente da raddoppiare dal momento che in molti casi i fascisti fanno sparire anche i cadaveri. Quattro di queste uccisioni avvengono nella barriera di Nizza.

Poco prima di cena, tre fascisti salgono alla casa di Matteo Chiolero, tramviere di 27 anni, in via Molinette 7 (oggi Abegg). Lui, la moglie e la bambina di due anni e mezzo sono a tavola. Appena Matteo apre la porta, viene assassinato con tre colpi di pistola. La moglie urla disperata ed insegue i fascisti per le scale. Questi tornano indietro, la minacciano e compiono scherzi macabri sul cadavere.

Erminio Andreoni, operaio della fotocelere, 24 anni, ex combattente, abita in Via Alassio 25. Nel pomeriggio è avvertito dai vicini di casa che i fascisti lo stanno cercando. Mentre lui fugge, la moglie Ersilia Manassero con il bimbo di un anno e mezzo si rifugia da un’amica. Verso mezzanotte la donna torna a casa giusto in tempo per vedere il marito trascinato via. Erminio viene condotto alla cascina Ceresa (dove oggi è l’ospedale S. Anna), ucciso a colpi di pistola è abbandonato in un campo. I fascisti tornano poi in Via Alassio, cacciano in strada la donna e il bambino, ammucchiano mobili e suppellettili e incendiano tutto. La vedova sarà costretta a vivere per molti anni dell’elemosina dei vicini che si prenderanno cura di lei.

Attorno alle 18, l’operaio Evasio Becchio di 25 anni è seduto in un’osteria di via Nizza con Ernesto Arnaud, muratore, quando irrompono i fascisti. I due sono prelevati e caricati su un camion. All’imbocco del ponte di legno sull’argine del Po, dopo corso Bramante, i fascisti fanno scendere Becchio e gli ordinano di avanzare nel buio. La vittima comprende ciò che sta accadendo e non si muove, finché non viene abbattuta. Arnaud, accoltellato, viene abbandonato creduto morto e riesce così a cavarsela.

L’omicidio di Leone Mazzola, 40 anni, proprietario di un’osteria in via nizza all’altezza di via Millefonti, risale al pomeriggio. I fascisti entrano nella sua osteria e cominciano a bastonare i clienti. Mazzola prostesta, ma viene trascinato nel retro bottega dove c’è la sua camera da letto. Gli aggressori buttano all’aria la stanza e quando trovano un foglio con la falce e il martello pugnalano l’oste all’addome e lo finiscono a colpi di pistola. Dopo di ciò devestano il locale. Nell’inchiesta si verrà a sapere che Mazzola era un informatore, iscritto all’Unione Liberale Monarchica, che segnalava alla polizia i movimenti dei comunisti.

Pochi giorni dopo la strage, Mussolini firma il decreto di amnistia per i delitti commessi, nel nome dell’interesse nazionale. Le inchieste che verranno compiute saranno delle farse. Brandimarte diventerà generale facendo carriera nel partito e nel governo.

La sede del circolo “Carlo Marx” è distrutta. Viene rimessa in piedi alla buona, ma una normale attività politica è impossibile, con i locali sempre sottoposti alla sorveglianza della polizia e dei fascisti. I compagni sono costretti a ritrovarsi in clandestinità nelle osterie e nei boschi della collina e di Stupinigi.

Nel 1924 il Partito Comunista organizza le cellule nelle fabbriche. Gramsci manda a Torino il giovane Luigi Longo, che incontra in barriera Giovanni Garbalena e Claudio Bricca. In realtà Gerbalena, con i compagni dell’officina Emanuel di via Canova, ha già organizzato una cellula, a cui ha dato il nome di Evasio Becchio, uno dei giovani uccisi il 18 dicembre 1922. E’ una delle prime cellule torinesi. Dopo le leggi “eccezzionali” del 1926 che cancellano ogni residuo di libertà democratica, saranno proprio questi piccoli organismi politici, entrati in clandestinità, a organizzare una resistenza sotteranea con dimostrazioni in via nizza o in via genova, comizi volanti di due o tre minuti, scritte sui muri, propaganda antifascista nelle fabbriche.

Durante la guerra e la Resistenza, i giovani del “Carlo Marx” sono ormai dei quarantenni e quando giunge dal CLN l’ordine di occupare la città, saranno loro a entrare nella sede del palazzotto fascista “Filippo Corridoni” di via Biglieri 29. A guerra finita vi creano il nuovo circolo “Carlo Marx”, che accoglie comunisti, socialisti, diverse associazioni come l’Unione Donne Italiane e i sindacati.

 

 

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Una Risposta to “Resistenza in quartiere”

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