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A.N.P.I Sez. "G. Perotti – A. Appendino" Nizza Lingotto Millefonti Filadelfia (Torino)

Archive for the ‘Varie’ Category

25 Aprile 2017: LA FESTA DEI RESISTENTI E’ SOLIDARIETÀ CONTRO OGNI OPPRESSIONE

Posted by anpinizzalingotto su 24 aprile 2017

LA FESTA DEI RESISTENTI E’ SOLIDARIETA’ CONTRO OGNI OPPRESSIONE.

Il 25 Aprile è sempre stata e resterà nel cuore di ogni sincero democratico la festa di tutti gli antifascisti.
Se c’è un insegnamento comune che deriva dalla lotta partigiana, è quello del popolo che si solleva e si ribella ad ogni prevaricazione, per decidere da sé i propri destini, conquistando la propria autodeterminazione.
Così fecero i Partigiani italiani, quando disobbedirono al generale britannico Alexander che “ordinava” la cessazione di tutte le azioni militari nel nord della penisola.
I Partigiani dissero no e conquistarono la propria autodeterminazione, cacciando i nazifascisti.
Ebbero ragione.
Non mancarono infatti bombardamenti “disattenti” degli stessi alleati britannici sulle formazioni partigiane in Langa ed altrove.

Ora come allora, la festa di tutti gli antifascisti stringe la propria solidarietà con tutti i popoli che lottano per la propria autodeterminazione, contro le aggressioni dell’imperialismo guerrafondaio e schiavista, del capitalismo e della finanza globale che hanno provato in tutti i modi a cancellare la Costituzione nata dalla lotta della Resistenza, giudicata troppo “socialista”.

Oggi più che mai, sinceri compagni di marcia degli antifascisti sono i popoli che vengono aggrediti dalle guerre imperialiste, che lottano per la propria sacrosanta autodeterminazione: dal popolo palestinese, a quello siriano, a quello curdo, a quello venezuelano, oggetto di tentativi golpisti contro il proprio governo popolare legittimamente eletto, a quello nordcoreano, minacciato nel proprio diritto di autodeterminazione dalla politica aggressiva dell’imperialismo statunitense, ai popoli del Donbass e della Novorossyia, al popolo dell’Ucraina costretto sotto lo stivale di un governo golpista .

Oggi più che mai, compagni di lotta dei resistenti sono i lavoratori che subiscono l’oppressione padronale, la spietatezza delle leggi del lavoro, lo stivale del potere economico.

Questa solidarietà ha origine da un destino comune: anche i popoli europei sono minacciati nella loro autodeterminazione dalle organizzazioni della finanza e del potere economico capitalista internazionale. Questi tentano con ogni mezzo di cancellare i diritti costituzionali. Rinchiudono le aspirazioni dei popoli all’interno di memorandum di austerità e trattati commerciali capestro, conformi ai loro interessi di profitto e speculazione. Promuovono e fanno approvare legislazioni del lavoro schiaviste e conformi al solo interesse dei padroni.

Ci han provato in tutti i modi a spezzare questa solidarietà, anche all’interno della Festa della Resistenza. Si è cercato di sdoganare manifestazioni fasciste proclamate strumentalmente il 25 aprile contro il 25 Aprile, in nome di preteso e mal inteso “diritto a manifestare” volto solo a offendere, svilire e cancellare il significato della Resistenza.

Con il pretesto di dare visibilità ad una formazione che poco ha a che fare con la lotta resistenziale e con l’autodeterminazione dell’Italia, la Brigata Ebraica, i sostenitori del governo israeliano hanno tentato, usando la violenza e la repressione e spostando il piano del discorso dal campo ideologico al campo religioso, di impedire la presenza di delegazioni della comunità palestinese ai cortei.

La sezione ANPI Nizza Lingotto si unirà nel suo corteo del 25 aprile con la compagna palestinese Myassar A’ttyani, dell’ala marxista del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, direttrice culturale del comitato di Nablus dell’unione generale delle donne palestinesi. Diverse volte in prigione per il suo attivismo politico. Myassar A’ttyani ci ricorda che più di 1500 prigionieri politici palestinesi sono oggi al 7° giorno dello sciopero della fame contro le condizioni bestiali nelle quali sono costretti.

Il nostro 25 aprile è innanzi tutto in piena solidarietà con tutti i lavoratori che subiscono licenziamenti, intimidazioni, cassa integrazione, sfruttamento ed ogni altro sopruso padronale.

Facciamo sentire in particolare la nostra solidarietà ai lavoratori licenziati dalla SAFIM, con i lavoratori della logistica, con i SI Cobas, con i lavoratori del Centro Agroalimentare di Torino, dei lavoratori del commercio sottratti alle loro famiglie ormai in ogni giorno festivo, ai cassaintegrati FCA, ai lavoratori della Reggia di Venaria, ai lavoratori di Foodora ed a tutti i lavoratori precari, a tutti coloro che soffrono gli sfratti e sono in emergenza abitativa in ogni quartiere di Torino.

La nostra solidarietà è viva, resistente e popolare, nel nome e nel ricordo dei lavoratori e delle lavoratrici dello Stabilimento ex Riv di via Nizza, che nel nostro quartiere diedero vita alle prime mobilitazioni operaie, agli scioperi ed alla resistenza contro il fascismo ed i suoi complici padronali.

Al corteo del 25 aprile della sezione ANPI Nizza Lingotto questa solidarietà invece si rinnova e si salda con la forza dell’unione popolare: con i popoli offesi e con quelli minacciati, con i lavoratori sfruttati. Con chi non obbedisce ad alcun ordine di sottomissione. Compreso quello del generale Alexander.

Viva il 25 aprile, viva la Resistenza, viva i lavoratori, viva i popoli e l’Umanità che si vuole liberare.

25 Aprile ore 10, Piazza Bengasi, Corteo per la Festa della Resistenza della Sezione ANPI Nizza Lingotto.

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Chiusura sede per pausa estiva

Posted by anpinizzalingotto su 12 luglio 2016

Lunedì 18 Luglio si terrà l’ultimo Comitato di Sezione prima della pausa estiva.

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Le riunioni dell’ANPI Nizza Lingotto riprenderanno a settembre!

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Intervento del Partigiano Paolo Ruffino all’assemblea “Riforma Costituzionale, quanto ne sai?”

Posted by anpinizzalingotto su 25 maggio 2016

Intervento del Partigiano Paolo Ruffino (ANPI Nichelino) all’assemblea “Riforma Costituzionale, quanto ne sai?”

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25 Aprile 2016 – Intervento al cippo Partigiano

Posted by anpinizzalingotto su 3 maggio 2016

640x426-018Care compagne e compagni, negli ultimi anni è in corso un grave attacco da parte dei poteri forti contro le masse popolari. E’ un attacco inedito sia nella durezza che nell’efficacia vista la mancanza di adeguate difese.

Banche internazionali ed agenzie di rating dettano l’agenda delle cosiddette riforme, stravolgendo il senso della Costituzione ed in netto contrasto con i valori della Lotta di Liberazione.

E’ triste notare il fatto di come le istituzioni siano completamente subordinate alle esigenze del mercato e dei poteri economici dominanti. Lo è l’Unione Europea che ha come finalità Costituzionale la stabilità dei prezzi e la competitività economica, lo è la nostra Repubblica con l’adozione del “Pareggio di Bilancio”.

E’ quindi sempre più evidente come, oltre alla repressione del dissenso e del conflitto sociale -dalla val di susa agli sgomberi delle occupazioni abitative – vengano man mano ristretti anche gli spazi di mediazione e rappresentanza democratica.

E’ già successo con la cancellazione delle provincie, lo è oggi con il ritorno all’accentramento del governo cittadino e la riduzione del numero di circoscrizioni, lo sarà domani con la riforma del Senato, togliendo ai cittadini la possibilità di eleggerne i componenti.

Di fronte a noi si apre quindi una nuova battaglia che deve vedere la nostra associazione e tutti i sinceri democratici in prima fila.

640x426-107Molte sezioni ANPI sono già attive con i comitati referendari contro quest’ulteriore stravolgimento della Costituzione da parte del governo Renzi e del Partito Democratico. Ora nel nostro quartiere dobbiamo iniziare a fare la nostra parte.

I referendum sono di per sé un grande strumento di democrazia.
Nella storia del nostro paese sono stati più volte una leva per spostare i rapporti di forza nella società a favore delle classi popolari ma non possiamo pensare che possano essere un espediente per bypassare con uno schiocco di dita il problema della mancanza di incisività delle lotte.

Senza gli adeguati rapporti di forza, i referendum, nella migliore delle ipotesi vengono disattesi, come è successo per l’acqua pubblica, oppure, purtroppo come è successo recentemente, non raggiungono il risultato previsto, creando ulteriore sconforto e delusione.

Nello spirito di coloro che alla caduta del fascismo non rimasero con le mani in mano aspettando l’arrivo degli alleati o chissà chi, occorre quindi mobilitarsi in prima persona, lottare e organizzarsi.

E’ più che mai necessaria questa mobilitazione contro la riforma costituzionale del governo Renzi, ma tocca a noi interpretare questo referendum come un momento di lotta e accumulazione delle forze, affinché la mobilitazione non si fermi all’apposizione di una firma o di una X su una scheda elettorale.

Occorre ancora una volta far nostro l’esempio di quei giovani i cui nomi possiamo leggere su tante lapidi come questa.640x426-124

Perché ancora oggi, per costruire una società più giusta, c’è bisogno di una lotta di Liberazione.

Concludo con le parole di Pietro Secchia:

«NOI sappiamo che sino a quando la Costituzione repubblicana non sarà applicata in tutte le sue parti, non potremo considerare realizzato il programma della Resistenza.
Per questo possiamo ben affermare che la Resistenza continua.
Dietro alla bandiera della Resistenza marciano oggi nuove possenti forze, giovani generazioni che aspirano a conquistare il loro avvenire.
Portiamo avanti, portiamo al successo le bandiere della Resistenza.»

W i Partigiani W il 25 Aprile

Torino, 25 Aprile 2016

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Sulla proiezione di Senzachiederepermesso

Posted by anpinizzalingotto su 18 aprile 2016

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Il successo della proiezione di “SenzaChiederePermesso”, organizzata dalla nostra Sezione in collaborazione con Cinefonie, è stata una piacevole sorpresa. Non potevamo chiedere di meglio, sia in termini di partecipazione che – ancora più importante – in termini di contenuti, visti gli interventi di cittadini, lavoratori e operai che vivono ancora oggi (e forse più di allora) l’oppressione e i ricatti della fabbrica capitalista. Sicuramente, per un quartiere che ha vissuto sulla propria pelle la bruciante sconfitta -organizzativa e ideologica- del movimento operaio, questa serata segna un punto da cui ripartire!

Di seguito l’intervento dell’ANPI Nizza Lingotto:

SENZA CHIEDERE PERMESSO!

Pier Milanese, che si occupa di produzione e post-produzione cinematografica di impegno militante, insieme a Pietro Perotti, memoria storica della classe operaia piemontese, hanno raccolto insieme una serie di materiali visivi sulla lotta di classe nel quartiere di Mirafiori, fuori e dentro la FIAT, tra il luglio del ’69 e l’autunno del 1980.

L’eccezionalità storica e la freschezza del documento è dato dalle immagini filmate dallo stesso Perotti con una cinepresa a mano, oltre ovviamente a quelle della cinematografia militante di quegli anni.

L’inizio, nel luglio 1969, rappresenta un momento in cui, come cantavano le note dei Clash, non bisogna lamentarsi della propria triste condizione e del proprio insoddisfacente lavoro, ma bisogna organizzarsi per cambiare tutto radicalmente!

In questo inizio, la classe operaia italiana è diventato uno dei tanti laboratori rivoluzionari del mondo, in cui si è organizzata per ottenere diritti con una visione ed una lotta così avanzata da far tremare le fondamenta del sistema sociale e legale di oppressione del capitalismo. Si cambiarono le regole del gioco. Il consiglio di fabbrica divenne protagonista di una lotta sindacale che arrivò ad un vero e propio controllo operaio della produzione che veniva conteso al padrone per rivendicare i diritti con azioni e scioperi.

Le immagini riproducono ogni aspetto di questa grande lotta, dalla creatività, alla sua potenza.

La Fiat, in particolare Mirafiori, rappresentava in quegli anni la più grande fabbrica  d’Europa con la più forte concentrazione di operai e di sfruttati. Un ganglio vitale della produzione capitalistica: battagliare qui significava battagliare intorno al cuore del sistema, con la consapevolezza che  senza la pompa del cuore anche il cervello smette di funzionare. Forse anche questa volta fu non tanto la grandezza dei luoghi e della “piazza” – sicuramente rilevante – né la violenza dello scontro (spesso espressa più in potenza che in atto), ma l’incidenza sulla sfera di produzione ad aver dato a chi si mobilita ed organizza una potenza enorme.

Dice il sito carmillaonline: “Una città dormitorio che si risvegliava a se stessa, (da quel sonno che l’Avvocato Agnelli auspicava guardando la città dall’alto e dicendo dei torinesi “lasciateli riposare”) riscoprendo l’orgoglio della classe operaia del primo novecento, del Biennio Rosso, degli scioperi spontanei del ’43 e della lotta antifascista. La storia di quella Torino, operaia e socialista, che aveva contribuito alla formazione del pensiero di Gramsci e della nascita, insieme a Napoli, del Partito Comunista d’Italia”

Tanto fu potente ed efficace quella lotta che le controffensive messe in campo furono altrettanto dure e spietate.

Di questo parla l’ultima parte del docufilm: non fu messa in campo solo la repressione, ma il più subdolo  meccanismo di dividere la classe operaia e gli sfruttati dall’interno.

Nei 37 giorni del 1980 si consumarono i peggiori tradimenti politici e sindacali, quelli per mezzo dei quali  “ l’intera classe dirigente italiana , a partire dalla famiglia Agnelli fino al PCI di Berlinguer, avevano deciso di restaurare l’ordine e il comando sulla classe operaia”. In quel tempo il responsabile fabbriche del PCI era quel Piero Fassino, oggi noto “continuatore” delle politiche di svendita della città, dei diritti e del lavoro dei cittadini.

L’azione reazionaria e calmierante dei tradimenti politici e sindacali poté più della repressione della polizia, delle provocazioni dei fascisti e dell’azienda, con i suoi “guardioni” col capo coperto da un “padellone” ornato d’aquila simil-littoria, sempre abilmente neutralizzati dalla decisione e dalla splendida creatività della lotta.

Lo stabilimento fu tenuto a battesimo dall’ignobile dittatura fascista, a braccetto col senatore Agnelli. Negli anni cinquanta lo stabilimento divenne luogo di umiliazione dei diritti della persona, con i reparti confino per i politicamente scomodi ed i partigiani Con lo stesso spirito partigiano le lotte si risvegliarono contro i nemici che sono sempre andati a braccetto: padroni e fascisti.

Per questo fu necessario il tradimento delle direzioni politiche e sindacali per fornire alle leggi dello sfruttamento quella legittimazione sociale che non hanno, perché gli sfruttati passassero dal pensiero “non abbiamo bisogno dei padroni per produrre ciò di cui abbiamo bisogno” all “abbiamo necessità di lavorare per comprare ciò di cui abbiamo bisogno” e quindi abbiamo bisogno dei padroni.

Nelle immagini compare un Giorgio Benvenuto che dichiarava all’inizio “O molla la Fiat, o molla la Fiat”. Fu il primo a mollare e tradire, con lui le altre direzioni sindacali e i burocrati di un Pci che vedevano oltre al famigerato torinese Fassino anche un Giuliano Ferrara in giacca da gelataio bianco.

Ma l’apice del tentativo di dividere vigliaccamente fu compiuto con il culmine di quella marcia di scarsi 12000 grigi e ignavi capetti: facce silenziose, quadri intermedi con striscioni neri, impiegati grigi e marron, capi, capetti e kapo’ che nascondevano il viso vergognosi. Tra loro gente che mai aveva lavorato. La stampa dei padroni li dipinge come unico corteo dissenziente di trentamila “lavoratori”; erano invece poco più di diecimila. La Repubblica arriva al numero di quarantamila: fu così che una narrativa becera li ha ricordati. La tradizione bugiarda del giornalismo di regime.

Il colpo sulle direzioni traditrici riesce: “Alle 22,30 la segreteria GGIL- CISL – UIL e la FLM vanno <>. Tre ore di corteo di 12.000 capi sembrano valere di più per Lama, Carniti e Benvenuto, di 35 giorni di lotta di100.000 operai e di milioni di lavoratori scesi in piazza al loro fianco in tutta Italia

Persino nelle assemblee i burocrati sindacali falsano il voto sull’accordo, respinto  palesemente dagli operai, ma fintamente dato per approvato a “larga maggioranza”, mentre le mai alzate per il sì erano quelle scarse dei capi, tutti sotto la pensilina.

Il film è importante anche per questo: raccontare la verità contro le bugie che traditori e padroni hanno venduto.

In questo senso, la storia di ieri si collega e ci fa capire la miseria, la disoccupazione ma soprattutto la debolezza di oggi. Un sonno da cui ci si deve un giorno nuovamente risvegliare, in spregio a chi voleva la classe operaia attiva in fabbrica e dormiente nella vita, ed oggi ci vorrebbe ancora pesci presi all’amo.

I corsivi dalla recensione sono di Sandro Moiso, carmillaonline, 19.2.2015

 

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Si è concluso il Congresso provinciale dell’ANPI di Torino

Posted by anpinizzalingotto su 17 marzo 2016

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Si è conclusa la prima fase congressuale dell’ANPI, con il congresso della Sezione ed il congresso Provinciale di Torino.

Parte dei documenti approvati il 30 Gennaio nel nostro Congresso di Sezione sono stati assunti e approvati nel documento Provinciale.

In particolare è stato assunto, nel documento provinciale e come proposta per il Congresso nazionale, il nostro emendamento aggiuntivo contro le politiche economiche di austerità e per la centralità del lavoro e dei diritti sociali contro i poteri del mercato e dell’economia. Oggi il documento provinciale è integrato a pagina 21 dal seguente periodo aggiuntivo:

“In particolare va riaffermato il principio che la centralità del lavoro e dei diritti sociali connesso alla vita dignitosa dei lavoratori non possono essere subordinati ad una politica di austerità e stabilità dei prezzi e di riduzione del costo e dei diritti del lavoro nei soli interessi dei maggiori poteri economici, al fine di non frustrare i principi fondamentali di eguaglianza formale e sostanziale di cui agli art. 2 e 3 Cost nonché il principio di cui all’art. 41 per cui la libera iniziativa economica privata non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale od in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.”

Il risultato non è di poco conto, dal momento che la centralità del lavoro e dei diritti sociali dei cittadini, intesi come prevalenti su qualsiasi interesse privato, consente di dare copertura a tutte le lotte nazionali e del territorio contro il furto dei diritti, per la politiche di emergenza abitativa, contro le grandi opere inutili, per la tutela dei beni comuni nell’interesse della collettività e non dei poteri economici, contro l’emarginazione degli esseri umani, degli immigrati e di chiunque si trovi inghiottito dalle politiche liberticide degli interessi economici privati, per la sicurezza e la dignità del lavoro e dell’ambiente. Per il resto, un nostro rappresentante, siederà nel rinnovato Comitato Provinciale.

Rassegna stampa:

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Concluso il Congresso di Sezione ANPI Nizza Lingotto

Posted by anpinizzalingotto su 5 febbraio 2016

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Sabato 30 Gennaio 2016 si è tenuto il Congresso di Sezione, conclusosi con la nomina del nuovo Comitato direttivo e del Collegio dei Revisori dei Conti.

L’assemblea congressuale ha inoltre approvato all’unanimità la relazione della Commissione Politica.

Il Comitato di Sezione si riunirà Lunedì 8 Febbraio presso la Sede ANPI per nominare, come da Statuto, le cariche di presidente, vice-presidente e tesoriere.

Si ricorda che le riunioni del Comitato di Sezione sono aperte a tutti gli iscritti e i simpatizzanti!

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XVI Congresso ANPI: 30 gennaio 2016 congresso di Sezione

Posted by anpinizzalingotto su 27 dicembre 2015

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Sabato 30 Gennaio 2016

Ore 14.30

presso la Sede ANPI @ Circolo Dravelli

Str. Praciosa 11, Moncalieri

CONGRESSO DELLA SEZIONE ANPI “G.Perotti MAVM – A. Appendino”

L’ordine dei lavori:

ore 14.30 Accoglienza
ore 15.00 Apertura congresso:

– Insediamento della presidenza
– Elezione delle commissioni di lavoro
– Illustrazione del Documento nazionale
– Saluti degli invitati
– Dibattito tra gli iscritti
– Relazioni delle commissioni
– Votazioni
– Brindisi finale

Il Congresso è chiamato a votare il documento politico congressuale nazionale ed eventuali documenti locali. Il Congresso dovrà inoltre eleggere il nuovo Comitato di Sezione, i delegati per il Congresso Provinciale ed il Collegio dei Revisori dei Conti della Sezione.

Si invitano pertanto tutti gli iscritti a prendere attenta visione dei seguenti documenti:

I documenti sono disponibili in formato cartaceo presso la nostra sede.

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Nell’Anpi c’è chi non si gira dall’altra parte

Posted by anpinizzalingotto su 13 novembre 2015

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Dante Di Nanni e la resistenza operaia

Posted by anpinizzalingotto su 20 maggio 2015

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Riportiamo il contributo del compagno Enzo Pellegrin preparato per l’iniziativa “Dante Di Nanni: operaio Partigiano comunista”:

Il 17 maggio 1944, insieme ai compagni Pesce, Bravin e Valentino, Dante di Nanni portò l’attacco ad una stazione radio sul fiume Stura che disturbava le comunicazioni di Radio Londra, importante presidio logistico della Resistenza perché garantiva messaggi, comunicazioni e notizie alle forze partigiane insurrezionali. Nell’attacco risparmiarono la vita dei nove militi comandati a presidiarla in cambio della loro promessa di non dare l’allarme. I componenti di quel Gruppo di Azione Patriottica furono tuttavia traditi e giunsero allo scontro con una pattuglia nemica: riportarono tutti ferite, Bravin  e Valentino verranno arrestati ed in seguito impiccati, il 22 luglio a Torino insieme al compagno di lotta Vian. Pesce riuscì a condurre in salvo Di Nanni, colpito in modo grave da sette proiettili al ventre, alla testa e alle gambe. Lo trasportò prima in una cascina e poi nella base di Via San Bernardino 14, nel quartiere san paolo di Torino. Un sanitario antifascista constato le gravi condizioni e consigliò l’immediato ricovero in ospedale e la necessità di intervenire. Pesce si allontana per organizzare il trasporto, ma, al suo ritorno trova la casa di via San Bernardino circondata dai fascisti e dai tedeschi, avvertiti da una spia. Qui, nonostante le ferite subite, Dante Di Nanni asserragliato nella base ingaggiò un lungo scontro a fuoco con i nazifascisti che erano supportati anche da un’autoblindo e da un carro armato. Elimina con la precisione dei suoi tiri ed il suo coraggio numerosi nemici, dal balcone lancia cariche di tritolo e mette fuori uso l’autoblindo ed il carro armato. Dopo quasi quattro ore, terminate le munizioni, pur di non cadere vivo tra le mani dei vili oppressori, Dante “il Piccolo”, stremato dalle ferite si trascina verso la ringhiera del balcone e si lancia a braccia aperte nel vuoto, al grido “viva il Partito Comunista”

Dante di Nanni fu prima di tutto operaio: la sua appartenenza di classe fu matrice  fondamentale della sintesi della sua vita e delle sue gesta, tanto che può azzardarsi che “Il Piccolo” non sarebbe mai giunto ad essere partigiano e comunista se non fosse vissuto prima come operaio.

Dice bene Gianni Alasia quando ricorda che “Di Nanni fu figlio di quella generazione formata negli scioperi antifascisti. Quegli scioperi furono il frutto di una grande intelligenza che seppe collegare la rivendicazione immediata alla rivendicazione generale: far cadere il governo fascista.”(1)

Come fu possibile?

Essi furono certo prima di tutto scioperi con delle rivendicazioni.

Prima per il salario, poi per il cibo, poi l’indennità di sfollamento.

Ma la maturazione collettiva nella lotta seppe capire che lo sciopero non poteva, non voleva, non doveva colla forza della sua pressione pretendere ed ottenere un “miglioramento” del sistema esistente.

Si divenne consci del fatto che lo sciopero doveva contribuire a togliere di mezzo il sistema esistente. Fu chiaro l’aut aut: o il fascismo cade o la barbarie non avrà fine.

Fu compreso che il fascismo era lo strumento politico perché la classe padronale potesse continuare lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, garantita dalla violenza e dall’autorità delle leggi fasciste.

Tutto sommato il fascismo nacque proprio per reprimere le rivendicazioni operaie.

Tra il 1919 e il 1920, la classe operaia esplose con scioperi, dimostrazioni ed agitazioni a livelli impressionanti nelle fabbriche italiane, contro il taglio degli stipendi e le serrate. Tra le cause di questa ondata di scioperi ci furono la crisi economica conseguente alla guerra appena terminata, ma ebbe un ruolo importante anche il sogno di fare come in Russia. Agli scioperi causati dalle difficoltà economiche e volti a ottenere migliori condizioni di lavoro e salari più alti, si aggiunsero manifestazioni di contenuto dichiaratamente politico.

La storia del Biennio Rosso iniziò a Torino il 13 settembre 1919 con la pubblicazione sulla rivista Ordine Nuovo del manifesto “Ai commissari di reparto delle officine Fiat Centro e Brevetti”, nel quale si ufficializzava l’esistenza e il ruolo dei “Consigli di fabbrica” quali nuclei di gestione autonoma delle industrie da parte degli operai.

Torino si prefigurava così come il centro propulsore del bolscevismo, in quanto la struttura dei Consigli proposta dagli ordinovisti ricalcava, seppur con peculiarità proprie, quella dei Soviet.

Le proteste iniziarono nelle fabbriche di meccanica, per poi continuare nelle ferrovie, trasporti e in altre industrie, mentre i contadini occupavano le terre.

Gli scioperanti, però, fecero molto più che un’occupazione, sperimentarono per la prima volta forme di autogestione operaia: 500.000 scioperanti lavoravano, producendo per se stessi.

Agli scioperi agrari nella Pianura Padana, allo sciopero generale dei metallurgici in Piemonte e all’occupazione delle fabbriche in molte città italiane il fascismo rispose con la violenza.

Squadre fasciste  intervennero per spezzare gli scioperi aggredendo i partecipanti, pestando deputati e simpatizzanti socialisti.

In fabbrica si conobbe quindi lo sfruttamento, avendo di fronte, sempre usando le parole di Gianni Alasia, “i padroni fascisti e i fascisti padroni” (2).

Nato da genitori operai, il Di Nanni operaio non può non aver nuotato in questo fiume ed in queste acque, che videro  – a conclusione di quel biennio rosso in cui la borghesia industriale temette la rivoluzione d’ottobre –  la successiva scelta della violenza e dell’autoritarismo che mise in piedi il regime mussoliniano.

Per la borghesia Mussolini fu prima di tutto il salvatore dei rapporti di sfruttamento che essa imponeva alla classe operaia. Per salvare questo, furono ben disposti a rinunciare ad alcune loro libertà, perché quelle libertà, parzialmente godute od aspirate dai loro avversari sociali, impedivano la continuazione del loro dominio economico.

Il primo Governo Mussolini fu sostenuto anche da liberali e popolari. Poi vennero le leggi fascistissime che esclusero dal gioco quei liberali e quei popolari. Ma questo non avrebbe potuto continuare se i principali detentori del potere economico non avessero benedetto quel fascismo come il “normalizzatore” dei rapporti colla classe degli sfruttati.

Quei pochi uomini che non si fecero abbindolare dal falso populismo normalizzatore del fascismo formarono nelle generazioni successive la salda consapevolezza che il fascismo continuava la sua opera di normalizzazione autoritaria facendosi da un lato garante violento dello sfruttamento, e dall’altro raccontando bugie agli strati popolari, dicendo loro di aver falsamente imposto condizioni più favorevoli e di aver portato l’Italia a traguardi di progresso, sempre solo immaginari e costruiti con la propaganda.

In più tratti di questo periodo sembra di vedere fotografie dell’odierno: fondamentale è per la borghesia trovare sempre un mezzo atto ad  impedire che le rivendicazioni operaie giungano a costruire il potere diretto degli operai sui mezzi di produzione.

A questo scopo, allora, come ora, servono garanti del potere borghese nell’autorità, ma anche in finte od adeguate opposizioni. Serve un’opposizione che nasconda dietro miglioramenti i rapporti di sfruttamento  insieme al segreto che con l’assalto al loro cielo lo sfruttamento non ci sarà più.

Gli stessi fascisti si presentarono originariamente con un programma quasi socialista o di democrazia diretta, basti ricordare il testo del manifesto di San Sepolcro (3).

Dov’era l’inghippo? Stava nel fatto che già nel 1920 essi girarono per le campagne e le città a reprimere gli scioperi che volevano analoghe rivendicazioni.

Specchio per allodole.

Strumento dei padroni per allontanare il vero sviluppo del potere operaio

Sembra di vedere, nelle dovute proporzioni, i programmi di certe odierne opposizioni del re. Tutto fuorché il vero socialismo. Tutto per conservare i rapporti capitalistici nascondendoli dietro un volto asseritamente umano ma sostanzialmente oppressivo.

La tragedia della guerra contribuì a sfaldare le ultime illusioni delle teste deboli.

Di Nanni operaio non solo invece ha incarnato la profondità e l’efficacia di quella che noi chiamiamo coscienza di classe, la quale  aiuta a individuare il vero nemico, ma ha rappresentato  anche l’operaio che sceglie conseguentemente i suoi strumenti di lotta, consoni ed adeguati all’obiettivo che si intende raggiungere.

Usiamo le parole di un suo compagno di lotta : “smantellare e distruggere tutto il sistema sociale che aveva generato e perpetrato questa oppressione” (4)

Nel marzo 1943 le agitazioni fanno comprendere quanta forza possano avere in quel momento le mobilitazioni di massa che incidano sui fattori essenziali della produzione. In quel momento è la produzione di guerra.

Noi sappiamo, dalle parole di Pietro Secchia, come la Resistenza abbia avuto un carattere marcato di classe (lotta nazionale e sociale al tempo stesso) perché la classe operaia ne fu la forza dirigente principale.

I lavoratori pagarono duramente la loro partecipazione attiva alla guerra di liberazione, con agitazioni, scioperi, sabotaggi.

Il Prezzo pagato da Torino fu questo: 11 patrioti impiccati, 271 fucilati, 12.000 arrestati, 6.000 deportati politici e razziali (con solo 400 superstiti), 20.000 deportati civili e militari nei campi di lavoro, 132 morti in combattimento e 611 feriti. (5)

Altre classi e partiti agivano contro la Resistenza (da dentro) con obiettivi diversi e contrastanti, mirando a una restaurazione del capitalismo e di una democrazia conservatrice.

I gruppi dirigenti dei monopoli, i grandi industriali si dimostrarono per lo più vili profittatori, interessati a che gli operai non scioperassero e lavorassero do più per aumentare la produzione. Emblematico il caso Fiat che aveva appoggiato per tutto il ventennio il fascismo, ad esso intimamente legato, oltre che animatrice e profittatrice della sua politica.

Nel corso di tutte le guerre di aggressione i suoi profitti fecero balzi in avanti. Per questo promosse, sotto la direzione di Valletta, la partecipazione dell’Italia alla 2GM a fianco della Germania.

Tra il 1940 e il 1943 la Fiat produsse l’80 % dei mezzi militari costruiti in Italia. Raddoppia la capacità produttiva di aerei e motori per aerei rispetto al 1939.

Dal 1924 al 1944, la Fiat aumenta il suo capitale nominale da 400 milioni a 4 miliardi e il numero dei dipendenti da 57 mila (1939) a 76 mila (1942).  Il primo sciopero dopo lunghi anni di dittatura fascista fu l’11 gennaio 1943 alla Ferriere Fiat, causa mancata consegna tessere supplemento razione di pane (fino alla conclusione con lo sciopero pre-insurrezionale e l’occupazione delle fabbriche tra 24 e 26 aprile 1945 e la vittoria della Resistenza). (6)

La cronologia degli scioperi fa comprendere come sia stata  necessaria, accanto alle mobilitazioni operaie, il loro sostegno anche attraverso azioni militari. Sono le azioni dei Gappisti e delle S.A.P. che individuano obiettivi in grado di neutralizzare le persone della catena di comando, neutralizzare obiettivi logistici. (7).

Dante di Nanni, prima operaio alle officine Savigliano che produceva carpenteria metallica per us navale bellico, poi alla Microtecnica, impegnata anch’essa in produzioni belliche, capisce benissimo quale valore può avere la mobilitazione operaia per il contrasto dell’economia di guerra; capisce che una mobilitazione di tal genere non può sopravvivere da sola ma necessità di azioni militari che affianchino e potenzino gli scioperi, attaccando appunto i nodi logistici e le persone che organizzano la repressione violenta degli scioperi.

Il Piccolo vuole andare ed agire lì.

I GAP o “Gruppi di azione Patriottica” erano formati con il metodo dell’impermeabilizzazione e della dissimulazone. Solo i componenti di una stessa squadra dovevano essere a contatto fra loro, se possibile avevano vita normale dietro alla quale conducevano nascostamente la guerriglia, perché li metteva in grado di acquisire maggiori informazioni ed essere più efficaci. Incalzavano il nemico “senza tregua” con azioni di sabotaggio ed eliminazioni di nazifascisti e fascisti delatori, torturatori della catena di comando nella macchina bellica nemica. (8)

Le azioni di sabotaggio si coordinavano spesso con la forza degli scioperi, amplificandone il ruolo di incisione sulla macchina sociale e produttiva che realizzava l’economia di guerra e di oppressione.

In città vi erano poche decine di gappisti, ma le azioni venivano coordinate in modo tale da far intendere al nemico che era attaccato da diversi e numerosi gruppi partigiani di guerriglia. Proprio per questo il federale fascista Solaro telegrafò nel 1944 l’assoluta necessità di rinforzi, perché riteneva la città assediata da oltre 5000 gappisti!.

Questo rapporto tra obiettivi da raggiungere e mezzi da impiegare ci conduce a riflessioni importanti nel mondo di oggi. Spesso l’azione degli scioperi è spezzettata ed indebolita dalla divisione interna e soprattutto dall’azione politica volta a circoscrivere la mobilitazione alle sole rivendicazioni, facendo quasi un vanto della “distanza” dai problemi politici o – come vengono sminuiti da molti –  “ideologici”. Il recupero di questa dimensione degli scioperi fu invece la carta vincente delle mobilitazioni del 1943 e 1944.

Nella situazione di oppressione attuale, certo non paragonabile al baratro bellico in cui il fascismo aveva fatto precipitare la società tutta, fatti i dovuti rapporti, il blocco politico di potere sta affannandosi  (o meglio si è affannato) a stracciare ogni scampolo di democrazia sociale per realizzare il diktat dei monopoli finanziari ed industriali di UE e NATO, per eliminare o normalizzare qualsiasi argine all’opposizione sociale ai loro interessi.

Con l’intelligenza e il rigore d’analisi e di strategia che ispirò i padri della resistenza, occorrerebbe ricondurre e “ispirare” le mobilitazioni al doppio registro che spesso fu vincente: da un lato incidere sulla sfera di produzione e sui rapporti di produzione, le quali sono le vere leve di oppressione.  Come ben notano i Clashcityworkers nell’opera “Dove sono i nostri”, non è tanto importante la grandezza della piazza che si mobilità, né la violenza dello scontro, ma l’incidenza sulla sfera di produzione della ricchezza. Dall’altro ricondurre la lotta all’interno di un più ambizioso obiettivo di libertà, che metta in luce quanto oppressivi siano oggi i diktat del potere e quanto compromettano il futuro di un’enorme massa di persone:  anche coloro che si ritengono oggi assolti sono e saranno coinvolti.

Questi fattori hanno sempre dato a chi si mobilita un contropotere veramente efficace, in grado di far arretrare il padrone, anche quando la mobilitazione è partita e si attua anche da parte di soggetti con obiettivi diversi, piattaforme diverse.

In questi giorni, la riuscita dello sciopero della scuola ha da un lato inciso sulla “sfera di funzionamento” di essa, bloccando gli scrutini e la somministrazione delle prove INVALSI. Dall’altro lato è riuscito a comunicare quanto la riforma aziendale renziana, ispirata ai presidi di Mussolini, comprometteva il futuro dei giovani rendendoli uomini da sfruttare e mettendo la loro istruzione nelle mani del mercato.

Proprio per tale motivo, il potere si è tosto preoccupato di attaccare un contenuto così ideologico. E se ne è preoccupato a dovere, tanto da far scendere in campo l’imbonitore a reti unificate e munito di lavagnetta e gessetti colorati.

Porta invece acqua al potere chi cerca  di sottrarre il contenuto ideologico delle mobilitazioni per tornare alle banali rivendicazioni concrete, di fatto dividendo il contropotere di azione.

Tornando alle azioni gappiste, pare adeguato concludere ricordando il ruolo importantissimo che ebbero nella strategia resistenziale. Lo documenta il testo di un volantino garibaldino diffuso pochi giorni dopo la vittoriosa liberazione del 25 aprile:

“I vostri Compagni che, da ben 19 mesi combattono nelle formazioni Partigiane, formazioni che hanno organizzate e create, infondendo in esse il loro spirito di disciplina e di sacrificio, questi Compagni salutano in voi i combattenti della città, i combattenti che con l’azione delle G.A.P. e delle S.A.P. ,coi continui scioperi hanno fatto sì che la nostra azione bellica fosse sempre più decisiva e più potente. / COMPAGNI!! / I barbari teuti sono cacciati dalle nostre terre; la schifosa tirannide fascista è schiacciata per sempre, i nostri sforzi hanno avuto la loro meritata ricompensa. Purtroppo la nostra gioia immensa per la raggiunta vittoria è velata dal ricordo dei nostri eroici caduti : / LANFRANCO , GIAMBONE , GARDONCINI,CASANA , CAPRIOLO , SFORZINI , DI NANNI , CARANDO ,e tanti altri caduti per la Santa Causa della Libertà, il nostro pensiero è a Voi rivolto ,a Voi che ci siete stati di sprono [sic] e di esempio / a Voi che foste gli artefici primi della nostra Vittoria. / COMPAGNI CADUTI ! / Il vostro sacrificio non è stato vano, e noi eredi del Vostro pensiero, giuriamo davanti ai vostri figli di essere i fedeli continuatori della Vostra opera, per far sì che essi non abbiano mai più a riprendere le armi per difendere la suprema Causa della Libertà . / VIVA L/ITALIA [sic] LIBERA E DEMOCRATICA!!!!!! / Un gruppo di Comunisti volontari / nella Divisione “LEO LANFRANCO” ()

Ripensando al monumento di intelligenza ed efficacia che fu la loro lotta e  pensando a quegli insulti che si sentono oggigiorno vociare sulla resistenza, per cui i morti “sarebbero tutti uguali”, vien da rispondere con le parole di Vittorio Foa: “certo che i morti sono tutti uguali, da morti,

E’ DA VIVI CHE SON STATI DIVERSI!”

Enzo Pellegrin

Note:

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  1. G. ALASIA, Dante Di Nanni, 1944-2004, Note alla II edizione, opuscolo del gruppo consiliare regionale del PRC, 2004)
  2. G. ALASIA, Op. cit.
  3. “Il manifesto dei fasci di combattimento (1919) – Programma di San Sepolcro. Italiani! Ecco il programma di un movimento genuinamente italiano. Rivoluzionario perché antidogmatico; fortemente innovatore antipregiudiziaiolo.
    Per il problema politico:
    Noi vogliamo:
    a) Suffragio universale a scrutinio di lista regionale, con rappresentanza proporzionale, voto ed eleggibilità per le donne.
    b) II minimo di età per gli elettori abbassato ai I 8 anni; quello per i deputati abbassato ai 25 anni.
    c) L’abolizione del Senato.
    d) La convocazione di una Assemblea Nazionale per la durata di tre anni, il cui primo compito sia quello di stabilire la forma di costituzione dello Stato.
    e) La formazione di Consigli Nazionali tecnici del lavoro, dell’industria, dei trasporti, dell’igiene sociale, delle comunicazioni, ecc. eletti dalle collettività professionali o di mestiere, con poteri legislativi, e diritto di eleggere un Commissario Generale con poteri di Ministro.
    Per il problema sociale:
    Noi vogliamo:
    a) La sollecita promulgazione di una legge dello Stato che sancisca per tutti i lavori la giornata legale di otto ore di lavoro.
    b) I minimi di paga.
    c) La partecipazione dei rappresentanti dei lavoratori al funzionamento tecnico dell’industria.
    d) L’affidamento alle stesse organizzazioni proletarie (che ne siano degne moralmente e tecnicamente) della gestione di industrie o servizi pubblici.
    e) La rapida e completa sistemazione dei ferrovieri e di tutte le industrie dei trasporti.
    f) Una necessaria modificazione del progetto di legge di assicurazione sulla invalidità e sulla vecchiaia abbassando il limite di età, proposto attualmente a 65 anni, a 55 anni.
    Per il problema militare:
    Noi vogliamo:
    a) L’istituzione di una milizia nazionale con brevi servizi di istruzione e compito esclusivamente difensivo.
    b) La nazionalizzazione di tutte le fabbriche di armi e di esplosivi.
    c) Una politica estera nazionale intesa a valorizzare, nelle competizioni pacifiche della civiltà, la Nazione italiana nel mondo.
    Per il problema finanziario:
    Noi vogliamo:
    a) Una forte imposta straordinaria sul capitale a carattere progressivo, che abbia la forma di vera espropriazione parziale di tutte le ricchezze.
    b) II sequestro di tutti i beni delle congregazioni religiose e l’abolizione di tutte le mense Vescovili che costituiscono una enorme passività per la Nazione e un privilegio di pochi.
    c) La revisione di tutti i contratti di forniture di guerra ed il sequestro dell’ 85% dei profitti di guerra. («II popolo d’Italia», 6 giugno 1919)
  4. La giovane vita di Dante di Nanni, narrata da un suo compagno di lotta, dall’opuscolo clandestino edito a Torino il 4 giugno 1944.
  5. P. SECCHIA, Fiat nella resistenza.
  6. P. SECCHIA, op. cit.
  7. Scioperi del marzo 1943- L’8 marzo del 1943 scioperarono a Torino sette stabilimenti. Si trattava del reparto tubi delle Ferriere Piemontesi, della Fiat Ricambi, della Tubi Metallici, dei reparti meccanico, serbatoi, verniciatura e montaggio della Fiat Aeronautica ,della Zenith, della Guinzio e Rossi e della Fispa. Tra il 9 e il 10 marzo entrarono in sciopero i seguenti stabilimenti: Società Nazionale delle Officine Savigliano, Pimet, Ambra, Conceria Fiorio, Fast Rivoli e reparto laminatoi delle Ferriere Piemontesi, Frig, Cir (Concerie Italiane Riunite), Borgognan e Capamianto. L’11 marzo in tutta la città si fermarono complessivamente dieci stabilimenti, nove di questi per la prima volta: la Michelin, la Lancia, gli stabilimenti Fiat del Lingotto e di Mirafiori, l’Elettronica Mellini, lo stabilimento Riv di Torino, la Fantero, la Savigliano e i due stabilimenti Schiapparelli e Setti. Il 12 marzo si fermarono la Fiat Mirafiori, la Riv, la Fornare, la Sigla, il lanificio Bona e la Fiat Lingotto. Il 13 continuavano ad astenersi dal lavoro le maestranze della Fiat Mirafiori della Fiat Lingotto, della Riv, insieme ai lavoratori della Fiat Materfer, della Aeronautica d’Italia e dello stabilimento Magnoni e Tedeschi.Tra il 15 e il 16 oltre si fermarono la Fiat Lingotto e la Fiat Mirafiori , il Cotonificio Valle Susa, il Gruppo Finanziario Tessile, lo stabilimento Ambra, la fonderia Borselli-Piacentini, lo stabilimento lavorazioni industriali statali Sables, la Fergat, la Manifattura Paracchi ed il biscottificio Wamar, seguiti, il giorno dopo dallo stabilimento torinese della Snia Viscosa. Sciopero del 1° dicembre 1943. Il 1° dicembre 1943 si fermarono le maestranze la Fiat Aeronautica, la Grandi Motori, le Ferriere, le Acciaierie e le Fonderie ghisa, la Spa e la Fiat Materiale Ferroviario. Sciopero generale del 1° marzo 1944. Il 1° marzo del 1944,data dello sciopero generale, gli stabilimenti torinesi chiusi dalla “messa in ferie” erano i seguenti: Michelin, Tedeschi, Westinghouse, Savigliano, Snia Viscosa di Venaria, Cir, Bertone, Schiapparelli, Martiny.
    La manovra della “messa in ferie” non coinvolgeva però tutti gli impianti cittadini: Mirafiori, Lingotto, Fiat Materiale Ferroviario, Grandi Motori, Viberti, Lancia, Elli Zerboni, Aeritalia, Riv, Emanuel, Zenith, Ceat, Cimat, Rasetti , Venchi Unica, Borgognan, restarono aperti, ma le maestranze interruppero il lavoro.
    Anche la Fiat Acciaierie, la Dubosch, la Microtecnica, la Fiat Ricambi, la Fiat Spa e la Capamianto erano in funzione il 1° marzo, ma qui la pressione delle autorità rese difficoltoso lo svolgimento dello sciopero. Il 2 marzo 1944, nonostante l’ordine di Zerbino di riprendere il lavoro, scioperarono gli operai dei seguenti stabilimenti: Zenith, Viberti, Ceat, Rasetti, Mirafiori, Lingotto, Riv, Fiat Ricambi, Microtecnica, Grandi Motori, Fiat Materiale Ferroviario, Emanuel, Viberti, Fiat ferriere, Fiat Acciaierie, Snia Viscosa, Cotonificio Val Susa, Venchi Unica. Tra il 3 e il 6 di marzo il lavoro fu sospeso a Mirafiori, a Lingotto, alla Fiat Spa, alla Fiat Materiale Ferroviario, alla Fiat Fonderie, alla Fiat Grandi Motori, all’Aeritalia, alla Venchi Unica, alla Borgognan, alla Snia Viscosa, alla Elli Zerboni, al Cotonificio Val Susa, alla Zenith, alla Dubosch, alla Viberti, alla Riv, e alla Fiat Ferriere. Sciopero del 15 giugno 1944. Dopo Mirafiori le prime fabbriche a fermare i macchinari furono quelle dell’intero gruppo Fiat (Lingotto, 4.000 operai, Ferriere, 6.000, Fonderie ghisa, 1.800, Acciaierie, Fiat Materiale Ferroviario, Grandi Motori, 3.100), seguite nei giorni successivi dagli operai della Riv, della Rasetti, della Cimat, della Elli Zerboni, della Lancia, dell’Aeritalia, della Incet, della Ceat, dell’Arsenale Militare di borgo Dora, della Dubosch, della Viberti, della Zenith, alla Bertone, alla Manifattura Tabacchi. I dati relativi alle aziende entrate in sciopero sono reperibili in R. Luraghi, Il movimento operaio torinese durante la Resistenza, Einaudi, Torino, 1958, p.226/229. Sciopero del 21 novembre 1944- Il 21 novembre 1944 entravano in sciopero le maestranze della Fiat Lingotto e Mirafiori, seguitenei giorni successivi (28 e 29 novembre) da quelle degli altri stabilimenti cittadini: Fiat materiale Ferroviario, Fiat Spa, Fiat Ferriere, Fiat Grandi Motori, Aeritalia, Riv, Dubosch, Venchi Unica, Snia Viscosa, Capamianto, Tubi Metallici, Ambra, Fiat Accieierie, Cimat, Rasetti, Viberti, Lancia, Ceat, Nebiolo, Westinghouse. Dati reperibili in R. Luraghi, Il movimento operaio torinese durante la Resistenza, Einaudi, Torino, 1958, p.254.
  8. A Torino a costituire i GAP fu Giovanni Pesce, detto “Ivaldi” nella clandestintà torinese, con la supervisione di Ilio Barontini, ambedue già miliziani antifascisti nella guerra di Spagna, 12ª Brigata Internazionale ‘Garibaldi’. I GAP effettuarono attentati e sabotaggi a linee ferroviarie e tranviarie, colpirono delatori, torturatori ed esponenti della RSI, di cui il più illustre fu Ather Capelli direttore della Gazzetta del Popolo, nonché militari tedeschi ed ufficiali nazisti. L’azione più importante fu la distruzione di una stazione radio che disturbava le trasmissioni di Radio Londra che trasmetteva messaggi alle forze partigiane. Ma l’operazione ebbe pesanti conseguente sul gruppo dei quattro gappisti, due feriti furono catturati, torturati ed impiccati. Dante Di Nanni[19], Medaglia d’Oro al V.M. della Resistenza, gravemente ferito, fu individuato dai nazifascisti e si difese fino all’ultima cartuccia, poi per non cadere vivo nelle mani del nemico si uccise gettandosi dal balcone di casa. Solo Giovanni Pesce, anche se ferito, riuscì a salvarsi. Il sacrificio di Di Nanni, la lunga battaglia che da solo e ferito ingaggiò contro i nazi-fascisti, ai quali inflisse gravi perdite, tra cui la distruzione di un blindato lanciando pacchi esplosivi dal suo rifugio, è una delle pagine più intense della Resistenza italiana. Altri importanti membri dei GAP di Torino furono Giuseppe Bravin, Francesco Valentino e Piero “Gagnu” Cordone, di zona San Donato. Nei primi mesi del 1944 le azioni gappiste furono talmente numerose ed efficaci che il federale fascista Solaro telegrafò allarmato a Mussolini affinché gli mandasse ingenti rinforzi dato che in città si trovavano concentrati almeno 5.000 gappisti. In realtà in città vi erano poche decine di gappisti, tra i quali i sopra citati, ma le azioni furono organizzate in modo tale da far credere al nemico di essere costantemente sotto attacco di diversi gruppi partigiani.
  9.  Centro di documentazione di storia contemporanea e della Resistenza – Luserna San Giovanni

Polliotti Carlo

 Documenti originali

 “/ Divisione / Lanfranco”

 “COMUNISTI TORINESI.” Codice documento:C09/00001/01/00/00004/000/0001

Titolo:”COMUNISTI TORINESI.”

Descrizione:Il volantino, verosimilmente di poco successivo alla liberazione di Torino, reca il saluto dei militanti del Pci attivi nella 1ª divisione Garibaldi ai compagni dei Gap e delle Sap che hanno operato in città durante la Resistenza e si conclude con l’impegno – giurato ai caduti garibaldini evocati nel testo – a difendere per sempre la libertà riconquistata.

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