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A.N.P.I Sez. "G. Perotti – A. Appendino" Nizza Lingotto Millefonti Filadelfia (Torino)

Sulla proiezione di Senzachiederepermesso

Posted by anpinizzalingotto su 18 aprile 2016

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Il successo della proiezione di “SenzaChiederePermesso”, organizzata dalla nostra Sezione in collaborazione con Cinefonie, è stata una piacevole sorpresa. Non potevamo chiedere di meglio, sia in termini di partecipazione che – ancora più importante – in termini di contenuti, visti gli interventi di cittadini, lavoratori e operai che vivono ancora oggi (e forse più di allora) l’oppressione e i ricatti della fabbrica capitalista. Sicuramente, per un quartiere che ha vissuto sulla propria pelle la bruciante sconfitta -organizzativa e ideologica- del movimento operaio, questa serata segna un punto da cui ripartire!

Di seguito l’intervento dell’ANPI Nizza Lingotto:

SENZA CHIEDERE PERMESSO!

Pier Milanese, che si occupa di produzione e post-produzione cinematografica di impegno militante, insieme a Pietro Perotti, memoria storica della classe operaia piemontese, hanno raccolto insieme una serie di materiali visivi sulla lotta di classe nel quartiere di Mirafiori, fuori e dentro la FIAT, tra il luglio del ’69 e l’autunno del 1980.

L’eccezionalità storica e la freschezza del documento è dato dalle immagini filmate dallo stesso Perotti con una cinepresa a mano, oltre ovviamente a quelle della cinematografia militante di quegli anni.

L’inizio, nel luglio 1969, rappresenta un momento in cui, come cantavano le note dei Clash, non bisogna lamentarsi della propria triste condizione e del proprio insoddisfacente lavoro, ma bisogna organizzarsi per cambiare tutto radicalmente!

In questo inizio, la classe operaia italiana è diventato uno dei tanti laboratori rivoluzionari del mondo, in cui si è organizzata per ottenere diritti con una visione ed una lotta così avanzata da far tremare le fondamenta del sistema sociale e legale di oppressione del capitalismo. Si cambiarono le regole del gioco. Il consiglio di fabbrica divenne protagonista di una lotta sindacale che arrivò ad un vero e propio controllo operaio della produzione che veniva conteso al padrone per rivendicare i diritti con azioni e scioperi.

Le immagini riproducono ogni aspetto di questa grande lotta, dalla creatività, alla sua potenza.

La Fiat, in particolare Mirafiori, rappresentava in quegli anni la più grande fabbrica  d’Europa con la più forte concentrazione di operai e di sfruttati. Un ganglio vitale della produzione capitalistica: battagliare qui significava battagliare intorno al cuore del sistema, con la consapevolezza che  senza la pompa del cuore anche il cervello smette di funzionare. Forse anche questa volta fu non tanto la grandezza dei luoghi e della “piazza” – sicuramente rilevante – né la violenza dello scontro (spesso espressa più in potenza che in atto), ma l’incidenza sulla sfera di produzione ad aver dato a chi si mobilita ed organizza una potenza enorme.

Dice il sito carmillaonline: “Una città dormitorio che si risvegliava a se stessa, (da quel sonno che l’Avvocato Agnelli auspicava guardando la città dall’alto e dicendo dei torinesi “lasciateli riposare”) riscoprendo l’orgoglio della classe operaia del primo novecento, del Biennio Rosso, degli scioperi spontanei del ’43 e della lotta antifascista. La storia di quella Torino, operaia e socialista, che aveva contribuito alla formazione del pensiero di Gramsci e della nascita, insieme a Napoli, del Partito Comunista d’Italia”

Tanto fu potente ed efficace quella lotta che le controffensive messe in campo furono altrettanto dure e spietate.

Di questo parla l’ultima parte del docufilm: non fu messa in campo solo la repressione, ma il più subdolo  meccanismo di dividere la classe operaia e gli sfruttati dall’interno.

Nei 37 giorni del 1980 si consumarono i peggiori tradimenti politici e sindacali, quelli per mezzo dei quali  “ l’intera classe dirigente italiana , a partire dalla famiglia Agnelli fino al PCI di Berlinguer, avevano deciso di restaurare l’ordine e il comando sulla classe operaia”. In quel tempo il responsabile fabbriche del PCI era quel Piero Fassino, oggi noto “continuatore” delle politiche di svendita della città, dei diritti e del lavoro dei cittadini.

L’azione reazionaria e calmierante dei tradimenti politici e sindacali poté più della repressione della polizia, delle provocazioni dei fascisti e dell’azienda, con i suoi “guardioni” col capo coperto da un “padellone” ornato d’aquila simil-littoria, sempre abilmente neutralizzati dalla decisione e dalla splendida creatività della lotta.

Lo stabilimento fu tenuto a battesimo dall’ignobile dittatura fascista, a braccetto col senatore Agnelli. Negli anni cinquanta lo stabilimento divenne luogo di umiliazione dei diritti della persona, con i reparti confino per i politicamente scomodi ed i partigiani Con lo stesso spirito partigiano le lotte si risvegliarono contro i nemici che sono sempre andati a braccetto: padroni e fascisti.

Per questo fu necessario il tradimento delle direzioni politiche e sindacali per fornire alle leggi dello sfruttamento quella legittimazione sociale che non hanno, perché gli sfruttati passassero dal pensiero “non abbiamo bisogno dei padroni per produrre ciò di cui abbiamo bisogno” all “abbiamo necessità di lavorare per comprare ciò di cui abbiamo bisogno” e quindi abbiamo bisogno dei padroni.

Nelle immagini compare un Giorgio Benvenuto che dichiarava all’inizio “O molla la Fiat, o molla la Fiat”. Fu il primo a mollare e tradire, con lui le altre direzioni sindacali e i burocrati di un Pci che vedevano oltre al famigerato torinese Fassino anche un Giuliano Ferrara in giacca da gelataio bianco.

Ma l’apice del tentativo di dividere vigliaccamente fu compiuto con il culmine di quella marcia di scarsi 12000 grigi e ignavi capetti: facce silenziose, quadri intermedi con striscioni neri, impiegati grigi e marron, capi, capetti e kapo’ che nascondevano il viso vergognosi. Tra loro gente che mai aveva lavorato. La stampa dei padroni li dipinge come unico corteo dissenziente di trentamila “lavoratori”; erano invece poco più di diecimila. La Repubblica arriva al numero di quarantamila: fu così che una narrativa becera li ha ricordati. La tradizione bugiarda del giornalismo di regime.

Il colpo sulle direzioni traditrici riesce: “Alle 22,30 la segreteria GGIL- CISL – UIL e la FLM vanno <>. Tre ore di corteo di 12.000 capi sembrano valere di più per Lama, Carniti e Benvenuto, di 35 giorni di lotta di100.000 operai e di milioni di lavoratori scesi in piazza al loro fianco in tutta Italia

Persino nelle assemblee i burocrati sindacali falsano il voto sull’accordo, respinto  palesemente dagli operai, ma fintamente dato per approvato a “larga maggioranza”, mentre le mai alzate per il sì erano quelle scarse dei capi, tutti sotto la pensilina.

Il film è importante anche per questo: raccontare la verità contro le bugie che traditori e padroni hanno venduto.

In questo senso, la storia di ieri si collega e ci fa capire la miseria, la disoccupazione ma soprattutto la debolezza di oggi. Un sonno da cui ci si deve un giorno nuovamente risvegliare, in spregio a chi voleva la classe operaia attiva in fabbrica e dormiente nella vita, ed oggi ci vorrebbe ancora pesci presi all’amo.

I corsivi dalla recensione sono di Sandro Moiso, carmillaonline, 19.2.2015

 

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